Futurismo

Milano apocalittica e Avoledo

E’ da tempo che i milanesi si sentono assediati. La città è invasa da cantieri per i tunnel amplificheranno la rete dell metropolitana. Qualcosa che ai milanesi sembra non avere senso. Eppure, se si leggesse il nuovo romanzo di Tullio Avoledo La crociata dei bambini (Multpilayer.it ed.) tutto apparirà diverso. E se i lavori rientrassero in un piano ben più grande di sicurezza per permettere alla città di resistere, in futuro, in caso di un’apocalisse? Proprio la metropolitana sarà infatti nel futuro 2033 il centro nevralgico in cui una nuova resistenza potrà arginare il diffondersi del Male. È vero che il romanzo di Avoledo è una storia che incrocia avventura, fantascienza e horror, ma a tratti sembra di leggere una contro-storia dell’evoluzione che subirà Milano. La crociata dei bambini è uno spin-off legato alla fortunatissima saga Metro 2033 ideata dal russo Dmitry Glukhovsky, bestseller ambientato in un’apocalittica Mosca del futuro che ha dato origine a un videogioco di successo e a una serie di paralleli romanzi scritti da autori internazionali che hanno sviluppato a modo loro il concept originale di questo piccolo classico della nuova fantascienza contemporanea. Avoledo, peraltro, aveva già fatto sue le atmosfere del ciclo di Glukhovsky nel precedente Le radici del cielo (Multpilayer.it ed.) che mostrava una Roma ridotta a un cumulo di rovine dove i pochi sopravvissuti si sono rifugiati nelle catacombe di San Callisto e una Venezia completamente sommersa dall’acqua.
E così ne La crociata dei bambini i lettori seguono le peripezie del religioso John Daniels in una Milano dove nella metropolitana hanno imparato a sopravvivere nuove bande-tribù: gli Alberti (primitivi eredi di Alberto da Giussano), i Bambini Perduti asserragliati a Bonola, i sorprendenti Chinos. Le linee sotterranee della metro hanno costituito un sicuro rifugio dall’apocalisse che è avvenuta in città. Inquietanti Creature delle Tenebre presidiano il Duomo e la Stazione Centrale è divenuta la base dei Figli dell’Ira. I bambini – in realtà ex bambini ormai cresciuti che si trovavano in un asilo quando è avvenuto lo sconvolgimento di Milano, ex giovani che si sono trovati a crescere velocemente leggendo solo libri come Peter Pan e Winnie The Pooh – sono i guerrieri che padre Daniels recluterà per espugnare proprio la Stazione Centrale e cercare di liberare la città dal Male…

IL GIORNALE

Luca Siniscalco: l’utopia Pre-Raffaellita * by Luuk Magazine, Milano

I Preraffaelliti giungono in Italia, a Torino, grazie a una esclusiva concessione della londinese Tate, dove rientreranno al termine del periodo espositivo per essere custoditi in un’apposita ala del museo britannico. “Preraffaelliti, l’utopia della bellezza” vanta settanta capolavori della Confraternita, molti dei quali esposti per la prima volta in Italia. La mostra è strutturata in sette sezioni tematiche – La Storia, La Religione, Il Paesaggio, La vita moderna, La poesia, La Bellezza e Il Simbolismo – che definiscono un percorso articolato attraverso il quale comprendere i nessi centrali della poetica preraffaellita e assaporare la dimensione estetica e l’atmosfera ideale nelle quali riposa la genesi delle loro splendide opere. Tele indimenticabili quali Ophelia di John Everett Millais, L’amata (La sposa) di Dante Gabriele Rossetti e Sidonia von Bork 1560 di Edward Coley Burne-Jones si inseriscono in un contesto culturale e comunitario affascinante, percorso da stimoli complessi e molteplici, talvolta contraddittori, sempre ammalianti.

Dante Gabriel Rossetti (1828‐1882) Dantis Amor 1860 Olio su mogano, cm 74,9 x 81,3 Donato nel 1920 da F. Treharne James ©Tate, London 2014

Dante Gabriel Rossetti (1828‐1882)
Dantis Amor
1860 Olio su mogano, cm 74,9 x 81,3 Donato nel 1920 da F. Treharne James ©Tate, London 2014

La fondazione della Confraternita dei Preraffaelliti, nel 1848, assurge a lampo rivoluzionario nella stantia cultura e società dell’Inghilterra vittoriana e si distingue per anticonformismo ed eterodossia fra gli stessi fermenti innovatori, destinati presto a ipostatizzarsi in maschere ancor più dogmatiche dello status quo. I Preraffaelliti hanno invece un volto bifronte, come l’immagine tradizionale di Giano: uno è rivolto al passato, al primissimo Rinascimento, a Dante, Shakespeare e la tradizione celtica e medievale – alla dimensione spirituale, insomma –; l’altro guarda al futuro, alle trasformazioni sociali auspicate all’insegna di un socialismo alternativo a quello marxista, capace di abbattere la schiavitù del capitalismo industriale con una posizione corporativista e patriottica. Questa duplice istanza si riflette nell’intera creazione artistica preraffaellita, dominata da un gusto nobile e decadente, in cui la potenza del gesto estetico trasfigura le figure umane e le riconduce in un’orbita intimamente simbolica.

Dante Gabriel Rossetti (1828‐82) Visione di Dante: Rachele e Lia 1855 Acquerello su carta, cm 35,2 x 31,4 Lascito di Beresford Rimington Heaton, 1940 ©Tate, London 2014

Dante Gabriel Rossetti (1828‐82)
Visione di Dante: Rachele e Lia
1855 Acquerello su carta, cm 35,2 x 31,4 Lascito di Beresford Rimington Heaton, 1940 ©Tate, London 2014

Ecco dunque che non è possibile comprendere l’opera dei Preraffaelliti senza collegarla a  suggestioni simboliche e letterarie ben precise. Come non si può capire l’opera di Dante Gabriele Rossetti senza riflettere sul fatto che suo padre, Gabriele Rossetti, è stato un grande studioso dell’Alighieri e uno dei primi interpreti del poeta italiano in chiave esoterica. Da qui il nome del figlio, la cui fascinazione per il mondo della Commedia assume concretizzazione pittorica. Un particolare che sarebbe bene render noto ai visitatori, così come opportuno sarebbe non trascurare il contenuto simbolico – e non semplicemente simbolista – presente nelle tele esposte. Un arricchimento decisivo, questo, ad una mostra di grande valore, primariamente in virtù dei quadri esposti, ma anche grazie a un ottimo allestimento. E il titolo stesso dell’esposizione può rivelarsi consiglio prezioso per noi moderni: un non-luogo di bellezza, in un altrove insieme assente e presente, è sempre alla soglia. Persino oggi…… LMagazine

Giovanni Sessa su Andrea Emo, presentazione a Milano

Mercoledì 28 maggio, h. 16.30
Università degli Studi di Milano
Via Festa del Perdono 3, Aula 104

La chimera e la fenice
Andrea Emo testimone del suo tempo

Presentazione del libro di Giovanni Sessa La meraviglia del nulla. Vita e filosofia di Andrea Emo, Edizioni Bietti, Milano 2014

Intervengono:
Massimo Donà (Università San Raffaele, Milano)
Romano Gasparotti (Accademia di Belle Arti di Brera, Milano)
Carlo Sini (Università degli Studi di Milano)

Modera:
Davide Bigalli (Università degli Studi di Milano)

Sarà presente l’autore

info: antares@edizionibietti.com

Giovanni Sessa “La meraviglia del nulla”: la vita di Andrea Emo recensione di Luca Siniscalco

 

ARCH_GALLI_IMPERO_ANTIM_1bLibri. “La meraviglia del nulla”: la vita di Andrea Emo angelo prigioniero nel tempo

Pubblicato il 18 marzo 2014 da Luca Siniscalco

Categorie : Libri

Riscoprire lo stupore filosofico, l’entusiasmo delle Muse danzanti nel cerchio eternamente ritornante, la meraviglia dell’equilibrio sintonizzato con il respiro cosmico. É questo il profondo apporto sapienziale che avvolge lo spirito del lettore al termine del confronto con l’ultimo saggio di Giovanni Sessa, La meraviglia del nulla. L’opera svolge efficacemente un serrato confronto con il pensiero di un gigante della filosofia italiana novecentesca di cui il saggio diviene un rilancio culturale e un approfondito dialogo con gli studi scientifici relativi all’abissalità teoretica del pensatore, condotti da intellettuali quali Massimo Cacciari, Massimo Donà, Giulio Giorello e Romano Gasparotti.

Il volume delinea così un quadro complesso e articolato in cui il profilo biografico di Emo e la sua speculazione teoretica interloquiscono con il contesto culturale a lui coevo e persino con i giganti della tradizione filosofica occidentale, di cui il bibliofilo patavino fu attento e tragico esegeta. Un interprete tragico del pensiero in quanto pienamente inserito nella dimensione antidialettica della coincidentia oppositorum, ove l’Inizio viene pensato al di qua e insieme al di là dell’opposizione ontologica fra essere e nulla, essendo la seconda polarità «unasynthesis dialettica originaria in cui tutto ciò che è si rivela essere momento dialettico del nulla e ha i tratti di un bagliore improvviso che affascina» (p. 86). La dicotomia su cui l’intera teoresi occidentale ha edificato le proprie fondamenta viene così scalzata da una speculazione diretta al superamento della logica immunitaria del principio d’identità e di non contraddizione in un oltrepassamento di fatto della stessa Grundfrage, la domanda fondamentale heideggeriana «perché l’essere e non il nulla?». Fulcro di questa operazione è la coincidenza, in seno al pensiero emiano, di essere e nulla, in quanto, come notò Romano Gasparotti, «se è vero che non si può pensare l’origine… essa necessariamente va pensata come lo stesso negarsi in quanto tale… l’originario e immediato autonegarsi» (Note sul pensiero di A. Emo, in Andrea Emo, Quaderni di metafisica 1927/1981, Bompiani, Milano 2007, p. 1388). Essere e nulla non sono allora contrapposti, bensì co-implicati, in quanto «gli enti appaiono dal nulla, da quello specifico sfondo abissale che consente loro di ex-sistere, di star-fuori dal Principio, per poi, attraverso un ulteriore atto di negazione, farvi ritorno: ogni ente manifesta il ni-ente e, nel mondo, l’eternità rinasce con gli enti come effimera» (p. 86). La potenza del negativo è l’unica forza grazie a cui è possibile concepire la purezza del positivo: il nulla è il lavacro ove tutto sorge e scompare senza mai distaccarsi completamente dallo sfondo enigmatico originario. Sotto un profilo teologico, secondo considerazioni analoghe a quelle succitate, il cristianesimo tragico di Emo si fonda sull’interpretazione di Cristo come aletheia, disvelamento, in quanto Dio è il suo stesso annichilirsi, «per esistere e farsi presenza deve necessariamente negarsi» (p. 92). Un Dio che muore e disgrega se stesso sulla Croce per tutelare l’enigma cosmico, secondo una prospettiva per certi versi non dissimile dal pensiero teologico del poeta portoghese Teixeira de Pascoaes, per il quale «l’Universo è il cadavere di Dio, la statua fredda e inerte della Speranza» (Aforismi. Scelti da Màrio Cesariny, Edizioni ETS, Pisa 2010, p. 31). Un Dio che è sacrificio, dramma, redenzione nella contemplazione della propria stessa tragedia, in una prospettiva di immanenza trascendente tanto lontana dalla scuola del cattolicesimo neotomistico quanto prossima all’aura dell’inafferrabile Dioniso studiato da Nietzsche, Kerény, Evola, Colli e Daniélou.

L’itinerarium mentis in nihilum – potremmo dire, sulla scorta di Franco Volpi – assurge allora a percorso cardine dell’interesse metafisico di Andrea Emo, in una via solcata dall’esigenza di un confronto serrato con momenti speculativi fondamentali, dal pensiero sempre interrogante del neoplatonismo cristiano alla teologia negativa, dalla lettura di Bruno al Rinascimento e al Barocco, dalla riflessione di Leibniz al romanticismo di Schelling, dalla linea filosofica Schopenauer/Nietzsche, sino a un paradossale movimento speculativo che dalla dialettica dell’idealismo hegeliano si spinge sino al neoplatonismo plotiniano.

Sessa ravvisa inoltre importanti punti di contatto fra il pensiero di Emo e la riflessione ermeneutica di Pareyson, la dottrina non dualista del pensiero della Tradizione veicolato da Guénon, la tensione spirituale di Cristina Campo – amica del filosofo con il quale intrattenne un fitto e profondo scambio epistolare –, gli studi sull’immagine di Ananda Coomaraswamy e, infine, il transattualismo di Evola. Del Barone è certo, grazie a una testimonianza di Emo stesso del 1973, che il filosofo veneto possedesse La dottrina del risveglio e Il Mistero del Graal – acquistato addirittura due volte quest’ultimo. A fianco di tale curiosità biografica vi sono tuttavia elementi teoretici ben più rilevanti che inducono Sessa a stabilire un vettore filosofico comune ai due pensatori.

Maturate entrambe all’interno di un serrato confronto con i fondamenti della teoria di Gentile, le filosofie di Emo ed Evola si definiscono come teorie dell’archè, dell’Origine, disponendosi d’altra parte come posizioni in perenne colloquio con il futuro, nel legame con un pensiero mitopoietico, creatore e trasvalutativo. Filosofie nichiliste, quelle di Emo ed Evola, soltanto nella misura in cui l’ospite inquietante viene assunto consapevolmente in tutta la sua abissalità, come autentico peso più grande della modernità, in un’ottica costruttivamente trasvalutativa, tuttavia, che «non fa della nullificazione il punto d’arrivo, ma il realistico punto di partenza di un percorso esistenziale che, muovendo dal limite della necessità, sotto la spinta dell’inquietudo prodotta dalla meraviglia del mondo induce le fasi originarie di un processo di ascesi individuale che ha i tratti della grecametànoia, di un radicale cambiamento di cuore» (p. 143). Essere uomini è allora non un dato, bensì un compito ed una possibilità, realizzabile nel momento supremo della decisione, nell’attimo che,  squarciando il tempo e ripristinando l’Origine, sperimenta aion, l’Eterno, coincidente per Emo con il ni-ente, l’indeterminato al di là di ogni ente. A fronte dell’accettazione tragica dell’illusorietà del mondo, Emo propone una giustificazione estetica fondata sul lasciar apparire, sul disvelamento della natura cosmica e sulla cura, heideggerianamente intesa, della medesima, secondo linee simili alle considerazioni del giovane Evola dadaista, homo faber creatore di mondi.

In entrambi i filosofi centrale è la dottrina della potenza, che secondo Evola fonda l’esistenza dell’Io invertendo il detto cartesiano  – giacché è vero che sum ergo cogito (è la presenza della potenza del sé a fornire la certezza dell’esistenza e del pensiero), non viceversa – e che nella prospettiva di Emo include l’identità di energia, potenza e azione, percepibile nella pura presenza. Se per Sessa è inCavalcare la tigre che Evola perviene alle sue conclusioni filosofiche più interessanti, è proprio nella teorizzazione di una Nuova Oggettività, grazie a cui l’uomo differenziato abbandoni le scorie soggettiviste nella dimensione totalizzante della trascendenza, che si può cogliere la comunanza più intima fra i due teorici di un pensiero della presenza, capace di riconoscere nel qui e ora la completezza/assolutezza del reale, della natura-cosmo.

Come non cogliere poi profonde affinità elettive politiche e, soprattutto, metapolitiche, fra i due intellettuali? Entrambi furono antimoderni, rivoluzionari conservatori, antidemocratici, fautori di una feroce critica, aristocraticamente concepita, alla degenerazione dell’Occidente, fondata su una precisa disamina del dispiegarsi storico – sebbene spesso interpretato secondo chiavi ermeneutiche eterogenee, almeno in merito a certi fenomeni.

Anche sul piano della filosofia dell’arte è possibile ravvisare interessanti parallelismi fra le tesi di Emo e quelle di Evola nel momento in cui quest’ultimo, in un solco di continuità teorica con la premessa dadaista della propria giovinezza, giunge nella maturità alla piena consapevolezza della crisi dell’arte astratta e ad una comprensione del significato autentico di quella tradizionale. Così, per Emo la più alta vetta di astrazione si sarebbe già compiuta nel realismo classico, che diede voce all’invisibile mediante la raffigurazione del visibile che ne è maschera. In essa il domandare essenziale intorno all’Origine era autentico e scisso da ogni interesse gnoseologico razionalmente concepito, affermatosi invece successivamente nelle teorie estetiche a partire dal XVII secolo. «La libertà dell’arte si manifesta nel suo essere un creare-dal-nulla, all’interno del quale… al nulla si conferisce forma» (p.179). Connesse sim-paticamente al divino, le immagini antiche possiedono in se stesse la negazione originaria e pertanto hanno natura iconoclasta, in opposizione alle raffigurazioni reificate ed idolatriche sorte a partire dal Seicento e culminate nella nostra contemporaneità 2.0.

La riflessione sulla natura sferica della temporalità completa una speculazione teoretica in grado di sfidare i dogmi moderni e la perdita d’anima da parte dell’Europa contemporanea.

Suggella il saggio un prezioso inedito: il Quaderno n. 122 1951 13-XI, intitolato dall’autore del saggio emiano L’eternità si può amare solo sotto forma di presenza. Il vigore stilistico e l’acume teoretico che lo caratterizzano offrono un ottimo assaggio delle trentottomila pagine del corpusemiano, distribuito in trecentonovantotto quadernoni da computisteria rimasti inediti sino alla morte di questo Socrate novecentesco. Tanto da questo corpo a corpo con la scrittura quanto dall’analisi di Sessa, Emo emerge quale pensatore aristocraticamente imperdonabile – secondo la categoria filosofica coniata da Cristina Campo –, nietzscheanamente postumo a sé stesso, un intellettuale di statura europea, inserito nel contesto culturale del fervore idealistico promosso da Gentile, maestro dello stesso giovane Emo, ma insieme figura radicalmente solitaria, tanto per il piglio esistenziale quanto per l’originalità dei contenuti proposti. Un’intelligenza scomoda, quella di Emo, che Sessa riscopre con acuta penetrazione ermeneutica, riportando alla luce un autentico amante della sapienza, un filosofo che, per dirla con Nicolàs Gòmez Dàvila (In margine a un testo implicito, Adelphi, Milano 2009, p. 24), «non è portavoce della sua epoca, ma angelo prigioniero nel tempo».

*Giovanni Sessa, La meraviglia del nulla. Vita e filosofia di Andrea Emo, introduzione di Romano Gasparotti, con un inedito di Andrea Emo, Edizioni Bietti, Milano 2014, pp. 417, € 22,00

@barbadilloit

A cura di Luca Siniscalco

Marcello Veneziani al Salone del libro di Torino: L’Anima, il Bene e i Nuovi Valori

IL GIORNALE

*di Luigi Mascheroni

Il problema è che abbiamo perso il senso della realtà. È qui che nasce il disagio del nostro tempo, è qui l’origine della crisi economica, politica, civile e culturale che investe la contemporaneità: non vediamo la realtà delle cose.

L’alta finanza non vede le esigenze del lavoro e non conosce il valore dei beni tangibili. I politici non vedono come vivono veramente le persone che governano. Il feticismo hi-tech ha creato un diaframma tra noi e la realtà… Ecco. Per ritrovare le realtà delle cose, e provare a trovare le soluzioni ai problemi che investono economia, politica e società, Marcello Veneziani propone di ritrovare lo stretto rapporto tra Anima e corpo, come si intitola il nuovo libro Mondadori che presenterà venerdì al Salone di Torino. Sottotitolo: Viaggio nel cuore della vita.
«Infatti -ci dice- è una riflessione sull’anima nel tempo in cui l’anima sembra sparita o serve giusto nelle pseudo religioni fatte dai guru: è possibile – mi chiedo – ripensare a un incontro tra anima e corpo? È da lì che si deve ripartire, per affrontare tutto il resto»

Da un po’ di tempo ti occupi meno di temi storico-politici e più di quelli esistenziali.
«Sì preferisco interrogarmi su quanto sia importante il senso religioso, della patria, della famiglia, e ora dell’anima, proseguendo questo filone polemicamente antipolitico. Perché? Perché in politica c’è sempre meno da dire».
Ma c’è molto da fare. Al Salone il tema centrale quest’anno è il Bene. In una tua personale agenda morale e culturale, quali sono le cose più urgenti da fare bene, oggi?
«Innanzitutto liberarsi dalla gabbia dell’egoismo, dell’Io, liberarsi dall’idea che tutto debba passare dai nostri interessi e tornaconti personali, per ripartire da qualcosa che prescinda dalla condizione di scontro fra egoismi uno contro l’altro armati, da cui può derivare solo odio sociale. Bisogna vincere questo nuovo ateismo del “Dio-Io” e spingersi oltre, per ricostruire nuove forme di legami comunitari: sia recuperando ciò che oggi resta della famiglia sia, in forma più estesa, l’idea di una comunità nazionale».

Si parla tanto di crisi economica e dei valori. Oggi si legge tutto all’insegna della negatività, del catastrofismo, della rabbia. Ma c’è anche del Bene, attorno a noi. Tu, dove lo vedi?
«In ogni tentativo di far nascere le cose, di costruire, di progettare, di creare legami e unioni… Il bene è il contrario di ciò che fa deperire, che separa, che divide, che fa morire le idee, i rapporti, la società, l’ambiente… Purtroppo però, più che la forza di costruire, sia nella politica sia nella vita di tutti i giorni, vedo prevalere rabbia e distruzione».

Tutto colpa della crisi economica che impoverisce i corpi e le anime, rendendoli più aggressivi e aridi?
«No, tutta colpa della convinzione che ci si possa risollevare soltanto riuscendo a risolvere il problema economico. Invece o riusciamo a confrontarci con qualcosa che è superiore all’economia, oppure non ci risolleveremo noi, né si risolleverà l’economia».

Il Bene applicato a una parola chiave: democrazia. Cosa fa bene alla democrazia?
«La partecipazione e la decisione. Io non credo a un popolo davvero sovrano. Credo a un governo nell’interesse del popolo. Non credo alle forme di democrazia diretta, ma a un bene comune rispetto agli interessi particolari, di partito… La vera democrazia è collegare la partecipazione all’idea di bene comune, con la responsabilità di chi prende le decisioni – chi ci governa – di rispondere di tutte le scelte del comando».

E l’Europa: è un bene o un male?
«In via di principio è un bene, ma nella realtà… L’Europa dovrebbe essere una coalizione sinfonica di diversità che si mettono insieme su principi, radici e interessi comuni, per affrontare insieme i grandi problemi come l’immigrazione, l’assalto dei mercati dell’Est, i progetti comunitari… Se fa questo, l’Europa è un bene. Se invece l’Europa resta un’astrazione tecnico-contabile che ci dice cosa dobbiamo e cosa non dobbiamo fare, allora non è più un bene comune, ma diventa un male, qualcosa di oppressivo, come infatti l’Europa è percepita da moltissimi cittadini».

La Rete e le nuove tecnologie, dall’uso ossessivo degli smart phone agli e-book, fanno bene?
«Fanno bene perché credo a una comunicazione fondata sul “politeismo”: più media ci sono, dalla tv a Twitter, meglio è: ogni volta che si perde un pezzo di questi flussi ci impoveriamo tutti. Fanno male se l’uso che se ne fa non è critico: Rete e nuove tecnologie sono formidabili strumenti di formazione e conoscenza, quindi sono un bene enorme, ma a rischio di diventare un male mostruoso se divengono uno strumento per manipolare e falsificare la realtà attraverso l’insulto, la rabbia, la menzogna. La Rete è uno straordinario fattore di crescita, ma può avere effetti deleteri sulla democrazia».

Quando?
«Quando passa la convinzione che duecento haters, ignoranti e anonimi, esprimono la sensibilità di un Paese».

A proposito del Salone del Libro, cosa fa bene alla conoscenza e alla Cultura? Il libro non sta bene. Cosa si può fare?
«È vero, i dati sono sconsolanti: non solo siamo di fronte a una perdita quantitativa, perché la gente per mancanza di tempo e di denaro legge sempre meno, ma assistiamo anche una perdita qualitativa, perché di libri davvero importanti se ne vedono di rado… Cosa fare? Promuovere il libro in tutti i modi e le occasioni possibili, sfruttando spazi e tempi morti, facendo uscire la letteratura dall’idea “sacra”, e sbagliata, che si possa leggere solo quando si è a casa, in silenzio, tranquilli. No, si deve leggere in tram, in coda, sfruttando i mille tempi morti della giornata».

L’assessore alla cultura della Calabria ha proposto uno sconto di pena ai detenuti che in carcere leggono.
«Eccellente. Anche se io sono per una proposta opposta. Mandare in carcere chi non legge. Soprattutto chi ha responsabilità di governo».

Giovanni Sessa, La meraviglia del nulla, Bietti, Milano, 2014, recensione di Antonio Ferrero

 

Sessa   Andrea EmoGiovanni Sessa, La meraviglia del nulla, Bietti, Milano, 2014, pp. 415.

Il destino della filosofia contemporanea – di quella italiana in particolare – è di essere vittima di un pregiudizio radicato: venire ritenuta poco più che un esercizio ermeneutico, un processo che, per quanto vivace e produttivo, difficilmente è in grado di determinare novità speculative. Il complesso dei nani sulle spalle dei giganti è difficile da superare, in determinati ambiti in maniera molto marcata: come parlare di ontologia contemporaneamente a Heidegger? Quali margini di riflessione originale possono esserci riguardo all’estetica dopo la critica francofortese? E chi potrebbe tentare un accostamento tra Cristo e Dioniso avendo letto Nietzsche?

Nel suo dettagliato e splendidamente esaustivo testo, Giovanni Sessa offre il giusto riconoscimento ad Andrea Emo, il pensatore italiano che con più rigore etico e intellettuale, non in contraddizione con un’esposizione per nulla sistematica, ha cercato non solo di interpretare il problema del rapporto tra l’essere e il nulla, ma ha provato prometeicamente ad andare oltre il nichilismo stesso, superando e sintetizzando, in un mirabile e vertiginoso Aufhebung, Parmenide, Eraclito, Nietzsche e Heidegger.

Sessa adotta la linea storiografica e tematica per cercare di ordinare contenutisticamente e cronologicamente gli scritti del filosofo veneto, arricchendo il suo lavoro con interessanti precisazioni biografiche e un ricco contributo epistolare pubblicando il carteggio con la scrittrice e poetessa Cristina Campo. Ne esce un ritratto poliedrico e sfaccettato, di un pensatore marcatamente antimoderno che pure ha intuizioni capaci di anticipare – a partire dalla riflessione heideggeriana sull’Ereignis e la sua manifestazione nelle “scarpe del contadino” – addirittura l’esito della Body Art e delle manifestazioni più concettuali e corporee dell’arte contemporanea.

Allo stesso modo, dal suo “corpo a corpo con la vita” (come viene definita l’origine della speculazione di Emo da Cacciari, il primo a rivalutarne il pensiero) scaturisce l’abissale (per usare un termine nietzscheano) riflessione sull’identità di essere e nulla, la visione ontologica che riesce a superare il nichilismo identificandovi persino la religione, poiché credere in Dio equivale a credere nel nulla. Non perché Dio non esista, ma perché quello cristiano è “un Dio che muore e, attraverso l’autonegazione, può risorgere” (p. 93).

Il saggio di Sessa divide i capitoli raggruppando i principali nuclei tematici di un pensiero rapsodico e disordinato, per quanto sempre lucido e coerente.

La prime parti sono dedicate al rapporto di Emo con il Transattualismo, il suo andare oltre la dialettica Nulla-Essere per approdare alla loro identificazione. Argomento che verrà ripreso, dopo una significativa sezione dedicata al confronto con Evola, nella splendida sezione sull’estetica e sul linguaggio, nella quale lo stile pulito e la capacità esplicativa di Sessa offrono squarci di consapevolezza di notevolissimo valore. In particolare, la dimensione del rapporto tra opera d’arte e artista – slegata dalla necessità cronologica del qui e ora – apre la strada alla riflessione sul “tempo sferico”, in cui, “in ogni istante, si è aperti alle tre “estasi” della storia: presente, passato e futuro” (p. 208).

La meraviglia del nulla è un libro importante. Giovanni Sessa si addentra in un territorio ostico e pericoloso, la sistematizzazione di un pensiero dichiaratamente antimoderno e non metodico per scelta, per restituire la dignità che spetta a un grande filosofo contemporaneo. Se veramente i licei italiani decideranno di dedicare l’ultimo anno di studi esclusivamente al Novecento, Andrea Emo non potrà non trovare la collocazione che gli spetta. E quando questo accadrà, Giovanni Sessa potrà ascriversene buona parte del merito.

Antonio Ferrero

Luca Siniscalco, recensione di Giovanni Sessa “La Meraviglia e il Nulla. Andrea Emo…”

archeometroda BARBADILLO

Riscoprire lo stupore filosofico, l’entusiasmo delle Muse danzanti nel cerchio eternamente ritornante, la meraviglia dell’equilibrio sintonizzato con il respiro cosmico. É questo il profondo apporto sapienziale che avvolge lo spirito del lettore al termine del confronto con l’ultimo saggio di Giovanni Sessa, La meraviglia del nulla. L’opera svolge efficacemente un serrato confronto con il pensiero di un gigante della filosofia italiana novecentesca di cui il saggio diviene un rilancio culturale e un approfondito dialogo con gli studi scientifici relativi all’abissalità teoretica del pensatore, condotti da intellettuali quali Massimo Cacciari, Massimo Donà, Giulio Giorello e Romano Gasparotti.

Il volume delinea così un quadro complesso e articolato in cui il profilo biografico di Emo e la sua speculazione teoretica interloquiscono con il contesto culturale a lui coevo e persino con i giganti della tradizione filosofica occidentale, di cui il bibliofilo patavino fu attento e tragico esegeta. Un interprete tragico del pensiero in quanto pienamente inserito nella dimensione antidialettica della coincidentia oppositorum, ove l’Inizio viene pensato al di qua e insieme al di là dell’opposizione ontologica fra essere e nulla, essendo la seconda polarità «unasynthesis dialettica originaria in cui tutto ciò che è si rivela essere momento dialettico del nulla e ha i tratti di un bagliore improvviso che affascina» (p. 86). La dicotomia su cui l’intera teoresi occidentale ha edificato le proprie fondamenta viene così scalzata da una speculazione diretta al superamento della logica immunitaria del principio d’identità e di non contraddizione in un oltrepassamento di fatto della stessa Grundfrage, la domanda fondamentale heideggeriana «perché l’essere e non il nulla?». Fulcro di questa operazione è la coincidenza, in seno al pensiero emiano, di essere e nulla, in quanto, come notò Romano Gasparotti, «se è vero che non si può pensare l’origine… essa necessariamente va pensata come lo stesso negarsi in quanto tale… l’originario e immediato autonegarsi» (Note sul pensiero di A. Emo, in Andrea Emo, Quaderni di metafisica 1927/1981, Bompiani, Milano 2007, p. 1388). Essere e nulla non sono allora contrapposti, bensì co-implicati, in quanto «gli enti appaiono dal nulla, da quello specifico sfondo abissale che consente loro di ex-sistere, di star-fuori dal Principio, per poi, attraverso un ulteriore atto di negazione, farvi ritorno: ogni ente manifesta il ni-ente e, nel mondo, l’eternità rinasce con gli enti come effimera» (p. 86). La potenza del negativo è l’unica forza grazie a cui è possibile concepire la purezza del positivo: il nulla è il lavacro ove tutto sorge e scompare senza mai distaccarsi completamente dallo sfondo enigmatico originario. Sotto un profilo teologico, secondo considerazioni analoghe a quelle succitate, il cristianesimo tragico di Emo si fonda sull’interpretazione di Cristo come aletheia, disvelamento, in quanto Dio è il suo stesso annichilirsi, «per esistere e farsi presenza deve necessariamente negarsi» (p. 92). Un Dio che muore e disgrega se stesso sulla Croce per tutelare l’enigma cosmico, secondo una prospettiva per certi versi non dissimile dal pensiero teologico del poeta portoghese Teixeira de Pascoaes, per il quale «l’Universo è il cadavere di Dio, la statua fredda e inerte della Speranza» (Aforismi. Scelti da Màrio Cesariny, Edizioni ETS, Pisa 2010, p. 31). Un Dio che è sacrificio, dramma, redenzione nella contemplazione della propria stessa tragedia, in una prospettiva di immanenza trascendente tanto lontana dalla scuola del cattolicesimo neotomistico quanto prossima all’aura dell’inafferrabile Dioniso studiato da Nietzsche, Kerény, Evola, Colli e Daniélou.

La rivista Totalità sull’Occidente antagonista di Umberto Bianchi (Edizioni La Carmelina)

Umberto Bianchi, Il fascino discreto dell’Occidente, La Carmelina, 2014

Resta che il fascino discreto, quasi invocazione a futura memoria e come invito (quanto ammiccante?) s’una triste lapide mortuaria…

di Sandro Giovannini

Umberto Bianchi,  Il fascino discreto dell’Occidente, La Carmelina, 2014

Sembrerebbe questo il procedere dello svelamento di Maja… Sembrerebbe questo se noi appercepissimo la realtà dell’essenza tramite (una necessaria) apparenza cangiante, e quindi questa realtà dietro (sopra e sotto) il velo, come qualcosa cioè che rimandi (solo) ad un principio primo, indiscutibile ed unico. Millenni di diatribe sul principio primo, sono comunque indubitabilmente l’ombra della trasparenza metafisica e/o ontologica, senza le quali ragioni, l’uomo, non avrebbe usato del dono di Prometeo e neanche sfruttato la sua pervicace adattabilità ai più diversi climi, geografie, razze, “fisiologie della civiltà”, come con sagacia, indica Umberto Bianchi.

 

Questa mia entrata a “piedi uniti” dentro la concatenata logica del libro è favorita dall’indicazione basale delle “Due vie alla differenza”, uno dei primi paragrafi del testo di Bianchi, ove s’imposta appunto la differenza che sembra apparire macroscopica tra Oriente ed Occidente, all’interno di uno statuto che è già di per sé – poi – differenziato, in quanto sostanzialmente incentrato sulla via indoeuropea.

 

Poi tra Eraclito e Parmenide sembrerebbe anche qui porsi, e lo ribadisce ottimamente Bianchi, un’alternanza di esclusioni, ab aeterno e ad aeternum, che non riescono a porre una determinazione se non tramite quegli scompensi produttivi, quei tagli ontologici, quei baratri ideologici, che costituiranno la storia propulsiva e voraginosa dell’Occidente, prima greco-romano, poi cristiano e poi moderno. Ma questa esclusione, di volta in volta alternata e quasi non mai approfondita, ovvero non riportata (se non ermeticamente, in sottotraccia) alla possibile lettura di un “divenire entro l’essere”, marca così bene la determinazione dell’Occidente e la sua forza differenziante, tanto più affermata quanto globalmente meno consapevole e quindi contro e sopra la stessa propria vantatissima ybris dialettica, rappresentata simpaticamente dal Socrate venditore imaginale della fiammante e costosa automobile a cui segue un preoccupatissimo Platone-Diocleziano che cerca disperatamente di conciliare, in una sgargiante camicia di Nesso, l’approfondimento causidicamente vertiginoso con l’astraente purezza apollinea del mondo delle idee. Anche perché nella fuga per la tangente sofistica… (il sofista è l’unico a vincere – chi? il differente? lo straniero? – alla fine, come le macchinette del casinò…) e per questo Heidegger, il posatore di trappole, come lo definì ad un convegno Jünger… ne ha fatto uno dei suoi marburghesi più riusciti…   Tutto ed il contrario di tutto viene rimesso nel gioco tragico ed irridente che riuscirà (da sempre e per sempre) a distruggere l’unicità della verità se non come costruzione comparativa, forma smarcante, creazione dirimente. La funzione quindi riacquisisce un di più di verità fornitale dalla vettorialità propositiva, prometeica, progettuale, “ideologica”. La capacità di creare, alla Stevens, per intenderci…  La funzione, lavorando carsicamente e lungo tutto l’Antico, con direttrici sia patenti che latenti, quindi sia sul versante della razionalizzazione dialettica che in quello dell’emanazionismo misterico, sia nella versione del neoplatonismo che in quella della gnosi, s’inabissa nel lato perdente e si ufficializza nel lato vincente, come ben lega Bianchi, anche al prevalere dell’Altro Pensiero, ovvero la reductio ad unum, vincente in quanto essenzialmente lineare e finalisticamente pratica, evolvendosi in tutto il tardo antico ed in esso nell’hodiernus modo (nel modernus), come ci ha insegnato Freund, già ben attestato dal secolo del Papa Gelasio al tardissimo medioevo… C  TOTALITA’

Luca Gallesi e Gabriele Stocchi: cultura antagonista per Mimesis edizioni

 

ORO E LAVORO  Mimesis edizioni
 
Collana diretta da Luca Gallesi e Gabriele Stocchi.La collana pubblica testi di economisti eterodossi che hanno indagato e cercato e risolvere le cause della “miseria in mezzo all’abbondanza”. A tale paradosso si riferisce Keynes, quando elogia gli studiosi eretici che “seguendo le loro intuizioni, hanno preferito vedere oscuramente e imperfettamente la verità, piuttosto che persistere in un errore, ch’era stato raggiunto bensì con chiarezza espositiva e facile logica, ma su ipotesi inadatte ai fatti”. Tra gli Autori previsti, accanto ai già pubblicati C.H.Douglas e Silvio Gesell, troveranno spazio opere di A.R. Orage, F. Soddy, A. Kitson, C. Hollis e Brooks Adams.
 

 

 

Il valore del denaro
“Un profeta immeritatamente trascurato, un autore che può incidere più di Marx”. In questo modo Lord Keynes descrive il lavoro di Silvio Gesell. Mai pubblicato in italiano, questo libro ha ispirato economisti e rivoluzionari, utopisti e poeti, sfidando il  [Dettagli…]
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Come le banche soffocano l'economia
C.H. Douglas ritiene che alla base di ogni problema economico ci sia un contrasto tra credito reale e credito finanziario: il credito reale nasce dalla produzione e dai consumi, e si basa sulla comunità di cittadini che lavorano e vivono insieme; il credi  [Dettagli…]
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PAGINE 142

Resoconto prime presentazioni del libro di Giovanni Sessa “La meraviglia del nulla. Vita e filosofia di Andrea Emo”

 

Sessa Giovannini  libro d'arte

Resoconto prime presentazioni del libro di Giovanni Sessa

La meraviglia del nulla. Vita e filosofia di Andrea Emo”

Edizioni Bietti – 2014

1) Alatri – Biblioteca Comunale, Giovedì 3 aprile 2014, ore 18. Assessorato alla Cultura.

2) Fiuggi – Sala Consiliare del Comune, Venerdì 4 aprile, ore 17,30. Consiglio dei Giovani.

3) Roma – Galleria l’Universale, Via Caracciolo 12, ore 18.

Relatori: Giovanni Sessa, Marcello Veneziani,

Andrea Scarabelli (Edizioni Bietti), Sandro Giovannini (Edizioni Heliopolis).

Nelle 3 presentazioni, diverse per ottimi contesti di locazione, presenza di pubblico ed ordine di organizzatori e presentatori, l’interesse della partecipazione si è mossa ugualmente verso una realmente interessata attenzione alle problematiche sollevate principalmente dalla sconvolgente ‘novità emiana’ e dalla relativa coinvolgente capacità dei relatori di saper inquadrare tale libertà di scepsi nella dolente realtà del quotidiano.

Il sapiente lavoro filosofico di Sessa ha ripercorso un interminabile ‘secolo breve’, schivando rovine e macerie interpretative, pur eclatanti e quindi beffando i ‘piantatori di bandierine’ interessati solo a risibilmente marcare i rispettivi desolati territori, ormai privi di sangue ed anima. Ciò anche senza nulla concedere ai mestatori del disincanto e della dimenticanza eterodiretta, e dello scettico volgare, valorizzando organicamente il lungo esplicito silenzio di Emo, filosofo letteralmente e letterariamente postumo, sempre più al centro dell’interesse speculativo odierno, per merito del grande lavoro esegetico di Donà e Gasparotti e con l’interesse delle più importanti menti attive ed il favore di tanti giovani intelligenti colpiti soprattutto dall’integrità inattaccabile del filosofo veneto.

L’inedita sorprendente contestualità filosofica emiana, la capacità d’aggredire ogni dimensione speculativa, dalla puramente ontologica a quella religiosa a quella estetica a quella metapolitica rimanendo sempre coraggiosamente confissi nella centralità genialmente ossessionata dell’uno-doppioNulla e della sua meraviglia inestirpabile, creante e produttiva di ogni cosa e di ogni riflessione sulla cosa stessa, è stato il grande risultato di questa prima monografia organica emiana di Giovanni Sessa e la ragione per la quale Giovannini ha sempre parlato di un libro epocale, creatore di varchi e distruttore di facili rendite di posizione, ma implicitamente ricostruttore di migliori sintesi e più avanzati contesti di pensiero. L’autore ha saputo invece, sapientemente e con ordine, mostrare scaturigini prime del proprio interesse, ragioni teoretiche complessive esplicitate nell’interminato ed interminabile palinsesto emiano, contestualità storico-filosofiche prodigiose e tutt’altro che provinciali ed unicità potentemente sistematica nell’apparenza aforismatica e diversamente strutturate proprie in un ‘genio che si diletta’ rispetto ad un ‘dilettante di genio’, anche nelle moltissime figure diverse e contestuali del percorso emiano, intimo ma problematicamente affollato. Ovvero attraversato dalle pur diversissime ‘grandianime’ novecentesche da Gentile a Spirito, Rensi, Martinetti, Pareyson, Savinio, Campo, Benveniste, nella sequela anteriore, empatica ma critica, della Romantik, nella risalita memoriale alla mistica (l’annichilirsi costitutivo), immemoriale al plotinismo ed alla intesa postuma e sconcertante, quasicolliana, rispetto ai detti presocratici e principalmente (meravigliosa fruttuosità potenziale d’ulteriore sequela in ricerca), in quelle sempre da ulteriormente collegare (e rivolte al nostro futuro) di Colli, Evola, Noica. Allora la grande implicante serietà del lavoro di Sessa è stata compresa dalle edizioni Bietti, rappresentate da Andrea Scarabelli, editrice che con un ricco e novatore catalogo sta producendo ad altissimo livello nel campo della disamina della condizione di modernità e postmodernità, confermandosi ulteriormente con questo testo ottimamente risolto per apparato critico e grafica. Ciò è stato ribadito con parole di grande approfondimento, anche emozionale, da Marcello Veneziani, che, da tempo interessato alla provocazione emiana, ha colto la grande sfida interpretativa di Sessa soprattutto nell’opporsi emiano alla deriva della democrazia epidemica, mentre siamo anche tutti forse più spaventosamente ancora esposti alla manovra del non-senso e del non-pensiero, esiziale forse maggiormente d’ogni precedente tragico deragliamento, contro cui Veneziani ha saputo richiamarci con intelligenza d’analisi e richiamo brillante, seppur dolente, di sintesi. Sono intervenuti molti amici con penetranti scoli ai dialoganti richiami del relatori e con richieste non formali d’approfondimento che hanno tramutato la pur necessaria prassi editoriale in autentico evento di pensiero.

Anche la tavoletta Emo/Sessa/Gasparotti/Giovannini della Heliopolis Edizioni, che commenta sorprendentemente ma convintamente, a riuscito servizio, il libro primario di Sessa, ha contribuito in modo, crediamo, non del tutto marginale, alla forza dell’occasione intelligente.

Sandro Giovannini

(7 Aprile 2014, Segreteria, Nuova Oggettività)